Capitolo 1

 

 

NON ERA una buona giornata per essere me.

Il graffio sotto la punta dell’orecchio destro mi prudeva, e quando lo grattai il prurito si abbassò, scendendo lungo lo stomaco e arrivando fino all’inguine. Lo costrinsi ad andarsene, e dopo avermi infastidito per qualche secondo, svanì. Avevo freddo, puzzavo del sangue dei tre cani ombra elfici che avevo già ucciso ed ero irritato, perché là fuori ce n’era ancora uno vivo che dovevo stanare.

Sentii l’odore dell’ultimo cane prima ancora di vederlo. Niente riesce a coprire il tanfo di bastardo unsidhe. Puzzano come aringhe vecchie di una settimana avvolte nei fluidi di un cadavere in putrefazione lasciato fuori al sole. Alzai gli occhi al cielo grigio acciaio per controllare se avrebbe piovuto e annusai, cercando l’odore dell’acqua. Il tanfo di cane nero bagnato avrebbe fatto vomitare un morto, inoltre avrebbe appestato il pianale di metallo del mio furgone.

“Vieni da Kai, piccolo.” Lanciai un’occhiata veloce alla bestia, sbirciando oltre l’albero dietro al quale ero nascosto. “Devo fare un po’ di spesa.”

Il cane nero assomigliava a un mastino rognoso che si era mescolato con il pool genetico di un’iguana e la sua circonferenza era circa il doppio di quelle dei due che avevo già abbattuto. Forse era un maschio, ma il genere non faceva molta differenza quando un cane aveva molta carne da mangiare, e quello sembrava piuttosto ben nutrito. La sua lunga coda da lucertola fungeva anche da tosaerba mentre avanzava pesantemente tra la boscaglia, strappando ampie zolle erbose a ogni passo e trascinando la pancia sul terreno; un grasso, felice cane-lucertola bastardo che era uscito per uno spuntino pomeridiano.

Anche se era a poca distanza, la fronte e il muso corto entravano e svanivano dal mio campo visivo dietro ai massi lungo il fianco della collina, impedendomi di sparare il colpo mortale. La ruvida pelliccia color ebano del corpo scendeva lungo le gambe tramutandosi in pelle grigia, spessa e rugosa, e lunghi artigli si allungavano dalle zampe da rettile. Uno dei corni neri più piccoli era rotto, probabilmente in seguito a una lotta per l’accoppiamento, ma da quanto riuscii a vedere quando aprì le fauci per annusare l’aria con la lingua, tutti i denti, lunghi quanto un dito, erano intatti.

Il che era un bene, perché non avrei voluto essere masticato solamente a metà quando quella maledetta cosa mi avrebbe ingoiato vivo.

Alzai il fucile, aprendolo di scatto un’ultima volta per controllare i proiettili. Il cane stava aggirando gli alberi e avrei dovuto attendere di avere una buona visuale. A Dempsey piacevano i coltelli o gli archi. Uno Stalker dovrebbe cacciare come un uomo, borbottò nella mia testa. A me piaceva avere un fucile a canne mozze o un paio di Glock che potevo ricaricare.

“Al diavolo Dempsey e le sue balestre. Con un arco dovrei tirare cinque frecce a quel maledetto quando basterebbero uno o due proiettili.” In definitiva preferivo essere vivo con le mani sporche di polvere da sparo piuttosto che avere la mia fotografia appesa al muro del Post che commemorava tutti i virili Stalker caduti mentre combattevano mostri. “Le balestre fanno schifo.”

“Dio, quella cosa puzza.” Mi lacrimavano gli occhi per l’odore. Resistendo all’impulso di controllare di nuovo le munizioni, rimasi in attesa fino a quando il vento non cambiò direzione e ringraziai brevemente il dio massacrato per aver liberato il mio naso dalla puzza della bestia.

Il cane ormai era quasi in piena vista, e il cambiamento nella direzione del vento fu più favorevole a me che a lui perché la brezza portò via il mio odore. L’ampio petto del cane vibrò quando la creatura piegò la testa all’indietro e si mise a ululare, il penetrante lamento della sua angosciosa canzone che riecheggiava nell’area mentre richiamava gli altri membri del branco. Black Dog Blues. Con un po’ di fortuna, presto si sarebbe unito alle loro carcasse sul retro del mio furgone.

Trascinarlo lungo la strada sarebbe stata una gran rottura. Le leggi sulla caccia stabilivano che non potevo abbandonare la carcassa, soprattutto per impedire che la fauna selvatica mangiasse la carne acida del cane nero, perciò avrei dovuto trascinare l’intero corpo fino al furgone dopo averlo ucciso. Sbarazzati di quello che uccidi, mi aveva ripetuto Dempsey fino allo sfinimento.

“Oppure trovati uno stupido ragazzino elfico che lo faccia al posto tuo,” sbuffai.

Il segugio non si sarebbe più dovuto preoccupare di trascinarmi per la montagna. Se mi avesse catturato, mi avrebbe divorato seduta stante, magari sputando via la cerniera dei jeans e l’orecchino una volta finito il pasto. Con un po’ di fortuna sarei riuscito a farmela addosso prima, perché la vescica aveva cominciato a lamentarsi rumorosamente e il prurito era tornato, stavolta ai miei gioielli di famiglia.

La bestia si girò, e tra il nero del muso si accese il luccichio di un occhio rosso. Abbassando la testa rispetto alle enormi spalle prese a fiutare il terreno, seguendo il mio odore. Non potevo nascondermi dal suo naso. Quelle maledette bestie riuscivano a seguire la pista di una preda fino in capo al mondo.

Il cane colse la scia del mio odore, ringhiando mentre muoveva la testa avanti e indietro per annusare. Trattenni il respiro, lasciando che la scia olfattiva lo attirasse più vicino. Avanzò veloce sul terreno boscoso, facendo un rumore strisciante tra le foglie. Se il cane non fosse già stato in vantaggio rispetto a me, mi sarei messo a ridere. Quel coso era grosso quasi quanto un taxi tik-tik. Si sarebbe potuto nascondere solo se un camion fosse piombato giù dal cielo proprio davanti a lui.

Piegando il corpo, il cane rimase immobile, le enormi narici che annusavano l’aria. Con la punta della lingua si leccò i denti; lunghi filamenti di saliva lattiginosa colarono a terra ricoprendo un cespuglio di erbacce. Le foglie avvizzirono e bruciarono quando la saliva del segugio le coprì, sottili volute di fumo che si innalzavano intorno alla testa del cane nero mentre l’acido corrodeva le piante. Il vento cambiò di nuovo direzione e raccolse il mio odore, portandolo fino al suo naso. L’animale si voltò, vide che lo stavo fissando e balzò dritto verso di me.

Il singlish è una lingua davvero brutta. Affonda le sue radici in molti miscugli linguistici, dall’antico britannico al cantonese, con calde gocce di wasabi giapponese, ma c’erano momenti in cui solo il brutto Nippon dei bassifondi riusciva a esprimere ciò che provavo.

Quello era decisamente uno di quei momenti.

Kuso!” Alzai il fucile mentre il cane nero si precipitava verso il mio nascondiglio. Il cambiamento nella direzione del vento aveva portato un po’ del mio odore fino a lui, e la creatura mi trovò con facilità, come se fossi balzato fuori e avessi cominciato a mulinare le braccia.

Il segugio sentì l’odore della morte del suo branco su di me, e questo lo fece infuriare.

Il primo sparo lo colpì in mezzo agli occhi, facendogli voltare di scatto la testa di lato. Accusai il contraccolpo; era più facile governarlo per me che per un umano, ma la canna tremò e fui costretto a riprendere la mira. Per un terribile istante pensai di aver mancato il colpo. Il cane nero continuava ad avanzare, le orecchie abbassate e la bocca spalancata quel tanto che bastava per tranciarmi la testa di netto con un solo morso, ma una scia di sangue nero gli usciva a spruzzi dalla parte posteriore del cranio. Lo avevo colpito, ma non era bastato ad abbatterlo.

Sollevai di nuovo il fucile e sparai il secondo colpo, mirando a un occhio. La sua testa scattò di nuovo all’indietro e la guancia esplose, l’occhio che scoppiava in un miscuglio umido, ma quella dannata cosa continuava ad avanzare. Lasciai cadere a terra il fucile e afferrai la Glock che avevo posato tra l’erba mentre le zampe del cane nero scavavano nel terreno davanti a me.

Mi balzò addosso proprio nell’istante in cui la mia mano strinse il calcio della pistola. Contorcendomi per riuscire a sparare un altro colpo, sentii il sapore del terriccio quando la mole della bestia mi spinse a terra. Fu un colpo pesante e per un attimo rimasi senza fiato, tossendo per inspirare abbastanza aria e riempirmi i polmoni. Mi girai sulla schiena ma non riuscivo a respirare. Con un peso di oltre duecento chili e profumato quanto il vomito di balena, il segugio mi copriva le gambe e il torso, bloccandomi contro un letto di aghi di pino.

Il cervello mi diceva che quella cosa era morta, ma non era la mia mente a dover essere convinta. La bocca del cane scattò, azzannando l’aria accanto alla mia testa e alle spalle mentre il suo corpo si contorceva spasmodicamente. Linee di schiuma gli coprivano le labbra bordate di rosa, filamenti acidi di saliva che mi bruciavano la pelle; puntai la canna della pistola contro il cranio piatto della creatura e premetti il grilletto.

Schegge d’osso mi graffiarono la guancia e sentii sapore di polvere prima di riuscire a chiudere la bocca. Lo sparo fece esplodere la testa del cane e dal suo cranio schizzarono via frammenti coperti di pelliccia e di pelle squamosa. Lottai per riuscire a respirare mentre gli spasmi della creatura rallentavano e le sue gambe si irrigidivano dietro al corpo. Lentamente il luccichio dei suoi occhi diminuì, e le vivide luci rosse divennero di un grigio opaco. Ebbe un’ultima contrazione, poi rimase immobile, morto come i sassi che mi scavavano nella schiena.

“Era ora che schiattassi, maledetto.” Con un sospiro di sollievo cercai di liberarmi, ma il peso del cane mi gravava sugli stinchi, intrappolandomi contro il terreno.

Ricadendo contro il letto di aghi di pino secchi, alzai gli occhi al cielo e sospirai. “Ah, cazzo. Oh no, puoi scordartelo.” Ringhiando in direzione della testa maciullata, diedi un calcio alla pancia della carcassa. “Non me ne starò sdraiato qui come una specie di foglia di cavolo sotto al sashimi. Tu adesso ti levi di torno.”

Dovetti fare uno sforzo per piegarmi in avanti, ma riuscii a infilarmi la mano sotto le gambe per spazzare via qualche manciata di aghi da dietro le ginocchia, sperando di ricavare abbastanza spazio da permettermi di strisciare fuori. Dietro le mie spalle il terreno saliva verso l’alto, e quando cercavo di fare leva continuavo a sbattere la testa contro i detriti. Dopo un paio di tentativi convulsi maledissi di nuovo la bestia. Il cane mi aveva immobilizzato, e la mia giornata non tanto buona si fece del tutto schifosa quando una delle sue enormi zampe affondò dritta nella mia già provata vescica.

“Ehi, signore, perché hai sparato a quel cane?”

La voce sembrava quella di un bambino e, a giudicare dalla silhouette che riuscii a distinguere quando girai la testa di lato, anche la forma era quella di un bambino. Si spostò alla luce, e la figura indistinta si rivelò essere proprio un bambino dalla faccia sporca che indossava un paio di pantaloncini bianchi e una t-shirt sottile. Come quasi tutti i bambini alti più o meno quanto le mie ginocchia, non riuscivo a capire se fosse un maschio o una femmina, soprattutto perché indossava indumenti che sembravano di seconda, terza o quarta mano.

“Ciao. Non sei qui da solo, vero?” sorrisi, tenendo nascosti i miei canini da elfo. Denti così affilati non rendono il sorriso caldo e amichevole. Speravo che il ragazzino non si fosse allontanato da un campeggio. L’ultima cosa di cui avevo bisogno mentre trascinavo il cane verso il furgone era occuparmi di un piagnone smarrito, sempre che fossi riuscito a trovare il modo di liberarmi. “Mamma o papà sono qui nei dintorni, vero? Ti prego, dimmi che sei fornito di un accessorio più grande di te.”

“Sì, noi viviamo proprio laggiù.” Lui/lei indicò un punto dietro di noi, verso la cima del crinale. “Tutti quanti. Mamma, papà e gli altri.”

“C’è qualcuno a casa in questo momento? Magari qualcuno di molto grande che possa aiutarmi a togliermi di dosso questo cane enorme?” Una volta qualcuno mi aveva detto di parlare ai bambini come se fossi entusiasta di vederli; mi aveva detto che era più facile convincerli a fare qualcosa quando se lo sentivano chiedere in un tono felice. A tutti i bambini che avessi mai incontrato avevo sempre mentito, ma mentre lo facevo usavo un tono felice. Avrei comprato a quel bambino qualsiasi cosa volesse, anche se sembrava troppo piccolo per lasciarsi corrompere.

“Il papà è grande!” Il piccolo umano mi studiò. “Più grande di te. E più forte!”

“Bene,” replicai. Sarei stato felice di perdere una gara a chi riusciva a pisciare più lontano, se questo mi avesse aiutato a riguadagnare la sensibilità nei piedi. “Puoi andare a chiamare il papà?”

“Jaime! Dove ti sei cacciato?”

Allungando il collo per sbirciare lungo il crinale, ringraziai Iesu e Buddha quando dalla bassa collina sopra di me sbucò all’improvviso un’altra persona, più alta e di fattezze decisamente femminili.

Mantenni il mio tono di voce felice, ma stavolta cercai di esprimere meno gioia e un po’ più il disperato bisogno di fare pipì. “Chi è quella? La conosci?”

“È la mamma!” Il bambino sorrise felice, agitando le braccia sopra la testa per attirare l’attenzione della donna. “Mamma! C’è una di quelle persone con le orecchie a punta! Posso tenerlo? Può dormire vicino alla mia tartaruga!”